Virginia Gamna
La storia di un naufragio
Oct 31 – Dec 2 2017

NEOCHROME is pleased to present La storia di un naufragio, the first solo show at the gallery by Virginia Gamna.

LA STORIA DI UN NAUFRAGIO

Una stanza bianca
Finestre liquide o buie, l'ora del giorno non è specificata
Forse una chiesa oppure lo scafo di una nave, ma di certo non un acquario

I muri sono spessi e lì dentro non si può guardare

(le bord est loin, l'opération imminente)

LA FINESTRA
Si tu veux des histoires incroyables il va falloir attendre

LA STANZA
Ce qui reste

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IL SOLE testimone del mattino, schiude le labbra e rivela
Le Palais du Grand Soleil

LA BARCA
Une espèce de rébellion
Ne plus attendre

IL TROFEO, a fauci spalancate
Los recuerdos de ella

L'UCCELLO DEL MALAUGURIO implora
Se fossi in me
(ghost of me I will hide your face)

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LA MADONNA prega
Did I learn the lesson?

LA LUNA silenziosamente accetta
And this is how I will always remember you

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Virginia Gamna (b.1989, Turin) vive e lavora a Parigi.
Mostre selezionate: Castello di Lajone (Alessandria, Italy), Poppositions Off-Fair (Brussels, Belgium), Le Réconfort Moderne (Poitiers, France), Villa Pan (Suzhou, China).

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« Je crois que j’éprouve un mystère non familier devant tout ce qui est réputé ‘tout naturel’. C’est la surprise. Je suis toujours surpris. » (1)

— René Magritte, Écrits complets, ed. établie et annotée par André Blavier, Flammarion, 1979.

Concepita come uno scenario teatrale, la personale di Virginia Gamna alla galleria NEOCHROME, riunisce una serie di sculture dalle sembianze umane e animali, in cui si riconoscono personaggi sacri e mitologici. Allo stesso tempo familiari e ambigue, queste figure dalle linee essenziali, a metà strada tra l’astratto e il figurativo, appaiono come levigate dai dolci movimenti delle onde marine... Nello spazio surreale del white cube, l’artista risponde con un proposito narrativo in cui la composizione scenica degli elementi suscita un’intuizione delle relazioni tra la neutralità dello spazio, l’artificiosità della scena e i limiti della scultura.

La messa in relazione delle opere dà luogo a una dinamicità di forme e dialoghi che creano un senso di straniamento e negano una lettura cronologica degli eventi: lo spettatore è immerso in un’aura di attesa, vaga tra le sculture come un subacqueo tra i resti di un relitto. Le diverse temporalità della storia si neutralizzano nel momento unico del tempo presente e la narrazione si ritrova così sopraffatta dall’estetica.

Autoritratti scultorei, tra cui figura anche, letteralmente, il calco del viso dell’artista, questi personaggi danno vita ad un racconto magico fondato su avventure personali reali.

L’impiego del modulo, come la forma concava che l’artista impiega ripetutamente nelle opere della Luna, del Trofeo e del Sole, viene camuffato sia attraverso l’esperienza dell’opera nella sua dimensione scenografica, sia tramite il colore, elemento di novità nel suo lavoro, impiegato come strumento di rappresentazione per contraddistinguere, in modo diverso, lo stesso oggetto e conferirgli più ruoli da interpretare, lontani da quelli che assumerebbe allo stato grezzo.

Come nel teatro greco, la tragedia è preannunciata e inevitabile. La mostra diviene così uno spazio attivo i cui avvenimenti si sprigionano dal triplice confronto tra l’opera, il luogo e lo spettatore. Cogliendole, per la prima volta, all’interno di un allestimento scenico, è quasi impossibile immaginarsi queste sculture in modo autonomo. La prevalenza del colore bianco e la sinuosità dei contorni che le accomuna, permette loro di creare un ambiente armonico, quasi spirituale.

Le opere di Virginia Gamna sono spesso il risultato di un processo artigianale e di ricerca materiale in cui l’artista, nell’intimità del suo atelier, sperimenta e dà forma a sculture che godono pienamente della poeticità del gesto artistico. In questo modo, alla sua volontà di creare qualcosa di realistico e convincente, si accosta una procedura di mimetismo che rende queste rappresentazioni consapevolmente fittizie. Per lei, il fare scultura è innanzitutto una riflessione sulla forma, un’esperienza plastica in cui le innumerevoli combinazioni che scaturiscono dall’incrocio di tecniche e materiali allargano le possibilità estetiche che caratterizzano il suo lavoro.

Raffinata, istintiva e inafferrabile, La storia di un naufragio si presenta come un collage tridimensionale e intellettuale in cui l’artista, tramite un procedimento di riorganizzazione, instaura dialoghi inaspettati tra le opere, propone vicissitudini sconnesse, evocando distanze spaziali e temporali separate.

A qualche decina di chilometri da Torino, nel Monferrato, lo scheletro di un mammifero marino lungo sedici metri si trova immerso sotto la superficie liquida e trasparente della piscina di un castello. Quest’opera rappresenta la fine della narrazione, ma anche l’inizio della scena scultorea presentata in mostra: il primo episodio ad aver avuto luogo e il capitolo conclusivo da cui l’artista ha deciso di iniziare il suo racconto. L’alienazione di questi personaggi-oggetti dalla realtà familiare, l’invenzione di un contesto nuovo, apparentemente di nonsense, intende mettere l’accetto sulla natura ciclica della storia, caratterizzata da un mescolarsi di logiche diverse che comunicano ma non si intendono. Il tempo scorre inevitabilmente, la storia si ripete. L’arte è, prima di tutto, esperienza.

— Claudia Buizza

(1) « Credo di sentire un mistero non familiare di fronte a tutto ciò che è ritenuto ‘del tutto naturale’. È la sorpresa. Mi sorprendo sempre. ». Tradotto dall’autore.